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Dagli oceani arriva il nylon riciclato

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Dagli oceani arriva il nylon riciclato
In Slovenia, il progetto Healthy Seas sta provando a recuperare i rifiuti marini in plastica per trasformarli di nuovo in materia prima. Pulendo il mare

L’hangar assomiglia ad un residuo post industriale e le reti da pesca a strascico ormai inutilizzate, ammassate le une sulle altre, sembrano una opera di arte contemporanea: tristemente marroni, intrise di salsedine e fango. La rassegnata inerzia che emanano è l’opposto perfetto della vita pulsante che hanno stroncato, avvolgendo nelle loro maglie tartarughe, cetacei, uccelli marini. Queste reti, scarti dell’industria ittica globale, aspettano il loro turno dentro il magazzino dell’azienda slovena che le pulirà per prepararle ad un processo di decomposizione chimica in grado di dedurne un polimero rigenerato, Econyl, che è la materia prima del nylon 6, una fibra sintetica molto ricercata dall’industria tessile.  
Nella cittadina slovena di Ajdovscina, a un centinaio di chilometri da Lubiana, avviene la prima fase di riciclo delle fibre plastiche di reti da pesca provenienti da Norvegia, Cina, Inghilterra, Italia, Francia, Spagna, Pakistan, Grecia e Turchia. Le reti entreranno in un ciclo produttivo virtuoso, costruito all’interno del progetto internazionale Healthy Seas, ispirato alla conservazione dei fondali oceanici. Scopo del progetto è recuperare quante più reti possibile, con l’aiuto di sommozzatori, organizzazioni non governative, pescatori, allevatori, e avviarle all’industria del riciclo, per trasformale in filato. La Slovenia è il Paese europeo dove questo processo è già visibile negli stabilimenti del gruppo Aquafil, partner di Healthy Seas.  
Le reti da pesca usate, gettate via come fossero bucce di banana nei mari del Pianeta, rappresentano uno dei capitoli più nascosti dell’inquinamento globale. Secondo un rapporto congiunto della FAO e dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, esistono all’incirca 640mila tonnellate di reti da pesca abbandonate dall’industria ittica sui fondali marini e oceanici, un decimo dell’intera quantità di spazzatura che fluttua sulle correnti. Il quadro disegnato da Heather Koldewey, direttore dei programmi internazionali di conservazione della Zoological Society London, è “terrificante”. Un peschereccio industriale di grande pescaggio, attrezzato nel modo più tecnologico per la cattura, è talmente grande che potrebbe ospitare nella sua stiva 13 jumbo jet. “Questo tipo di imbarcazioni cambia le reti ogni 2 o 3 mesi: quelle vecchie vengono gettate in mare. Lascio a voi fare i calcoli”, spiega Heather Koldewey.  
La pesca industriale, e in traslato le reti in poliammide, è responsabile di fenomeni intrecciati tra loro: il depauperamento della risorse ittiche commestibili per l’uomo, il cosiddetto overfishing, la morte per intrappolamento di specie selvatiche - circa 130 mila cetacei ogni anno - e infine l’inquinamento da plastica. E più aumenta la popolazione umana, insiste Koldewey, più cresce la fame di pesce e quindi la produzione di reti in plastica non biodegradabili che consentono di catturarne sempre di più, ma che sono ormai un problema enorme per cui non esistono soluzioni semplici.  
Pulire non basta. Recuperare le reti abbandonate e spostarle negli inceneritori è molto costoso, mentre premere sui produttori di attrezzature da pesca industriale perché adottino comportamenti più responsabili è sicuramente indispensabile, ma non abbastanza impattante. Abbiamo il problema urgente di capire cosa fare della spazzatura che sta già sotto, sui fondali. Il progetto Healthy Seas sta provando qualcosa di più concreto: utilizzare di nuovo ciò che s’è buttato via, introducendo i rifiuti marini in plastica nella logica del “cradle to cradle”. A Lubiana, la Aquafil ha messo a punto un percorso di riciclo altamente tecnologico: le reti in nylon (quelle in poliestere, propilene e polietilene non sono utilizzabili) vengono sottoposte ad una decomposizione idrolitica che isola il caprolattame, un derivato della nafta, e quindi del petrolio, che è l’ingrediente di base del nylon. A quel punto la materia prima viene di nuovo polimeralizzata, cioè trasformata in legami molecolari capaci di comporre una fibra, che viene lavorata, come fosse cotone o lana, fino a trasformarsi in un filo dal diametro più sottile di un capello. Il filato diventerà tessuto per tute da sci, costumi da bagno, calze, indumenti sportivi.
Le reti da cattura utilizzate dall’industria ittica sono solo un aspetto di un problema di dimensioni globali. Si pensa infatti che ogni chilometro quadrato di oceano contenga 30mila pezzi o frammenti di plastica. Koldewey della Zoological Society parla di 45 miliardi di bottiglie di plastica prodotte ogni anno e di 1 milione di sacchetti di plastica al minuto, sacchetti che hanno una vita media di 15 minuti, poi vengono buttati via. Quelli che non sono gettati nei cestini della spazzatura o che non raggiungono i contenitori specifici della raccolta differenziata finiscono nei mari. Semplicemente persi: trasportati dal vento, entrano nella circolazione impalpabile di rifiuti in plastica senza importanza che approda nella massa d’acqua al largo delle coste di ogni continente: 8 milioni di oggetti di varia natura, ogni singolo giorno. Questa plastica anonima forma le “isole” di rifiuti. La più famosa è la gigantesca chiatta galleggiante dell’Oceano Pacifico, ma questo tipo di inquinamento non ha passaporto o preferenze geografiche. Ricerche sempre più capillari e approfondite hanno ormai permesso di individuarne di simili anche in contesto europeo. La più consistente misura 200 chilometri quadrati e pare si trovi davanti alla Danimarca.  
Queste reti sono un esempio eloquente del legame perverso tra incremento demografico, pressione sugli ecosistemi per trarne risorse alimentari, spregiudicatezza nel prelievo e scomparsa della wildlife. “Si calcola che per ogni chilo di plancton ne esistano 6 di frammenti sintetici non biodegradabili - spiega Koldewey - e che per ogni chilometro quadrato di oceano ci siano 30mila pezzi di plastica”. La plastica non scompare. Sottoposta all’azione meccanica delle correnti, all’abrasione di urti accidentali, bombardata dalla radiazione ultravioletta del sole e ossidata dall’ossigeno in atmosfera, si rompe in pezzi sempre più piccoli e infine microscopici. Secondo Francois Galgani, biologo francese tra i più esperti dell’IFREMER francese e Advisor del network internazionale Plastic Oceans, il problema più grave sono proprio questi “battelli invisibili”: “I frammenti di plastica traghettano batteri e vibrioni, patogeni potenzialmente pericolosi per gli ecosistemi. Sono in grado di spostare specie non autoctone dal Giappone al Canada affidandosi alle correnti oceaniche. Stiamo quindi parlando di un inquinamento micro-organico da specie invasive”. Ma la plastica è un materiale troppo recente per avere dati abbastanza vasti da comporre una idea precisa delle conseguenze che la sua ingestione ha sulle catene trofiche e sulla capacità riproduttiva delle specie marine, anche se i primi riscontri non sono incoraggianti.  
Al largo di Piran, in Slovenia, la famiglia Fonda, biologi da tre generazioni, ha avviato un allevamento intensivo di branzini con criteri di eco-compatibilità. I pesci vengono nutriti a mano sei volte al giorno con mangimi privi di additivi chimici, e possono crescere secondo il ritmo naturale. Gli avannotti impiegano più di un anno a raggiungere le dimensioni adulte e nessuna delle reti che ha fatto loro da nursery finisce abbandonata sui fondali sloveni. Per i Fonda la conservazione delle specie commestibili è inscindibile da una presa di posizione sull’inquinamento da plastica. Ancora una volta, mentre il sole tramonta sulla baia di Piran, si ha la sensazione che la questione alimentare su un Pianeta abitato da 7 miliardi di persone sia solo l’altra faccia di un problema più vasto della civiltà umana: permettere ad altre specie di sopravvivere.  
L’hangar assomiglia ad un residuo post industriale e le reti da pesca a strascico ormai inutilizzate, ammassate le une sulle altre, sembrano una opera di arte contemporanea: tristemente marroni, intrise di salsedine e fango. La rassegnata inerzia che emanano è l’opposto perfetto della vita pulsante che hanno stroncato, avvolgendo nelle loro maglie tartarughe, cetacei, uccelli marini. Queste reti, scarti dell’industria ittica globale, aspettano il loro turno dentro il magazzino dell’azienda slovena che le pulirà per prepararle ad un processo di decomposizione chimica in grado di dedurne un polimero rigenerato, Econyl, che è la materia prima del nylon 6, una fibra sintetica molto ricercata dall’industria tessile.  
Nella cittadina slovena di Ajdovscina, a un centinaio di chilometri da Lubiana, avviene la prima fase di riciclo delle fibre plastiche di reti da pesca provenienti da Norvegia, Cina, Inghilterra, Italia, Francia, Spagna, Pakistan, Grecia e Turchia. Le reti entreranno in un ciclo produttivo virtuoso, costruito all’interno del progetto internazionale Healthy Seas, ispirato alla conservazione dei fondali oceanici. Scopo del progetto è recuperare quante più reti possibile, con l’aiuto di sommozzatori, organizzazioni non governative, pescatori, allevatori, e avviarle all’industria del riciclo, per trasformale in filato. La Slovenia è il Paese europeo dove questo processo è già visibile negli stabilimenti del gruppo Aquafil, partner di Healthy Seas.  
Le reti da pesca usate, gettate via come fossero bucce di banana nei mari del Pianeta, rappresentano uno dei capitoli più nascosti dell’inquinamento globale. Secondo un rapporto congiunto della FAO e dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, esistono all’incirca 640mila tonnellate di reti da pesca abbandonate dall’industria ittica sui fondali marini e oceanici, un decimo dell’intera quantità di spazzatura che fluttua sulle correnti. Il quadro disegnato da Heather Koldewey, direttore dei programmi internazionali di conservazione della Zoological Society London, è “terrificante”. Un peschereccio industriale di grande pescaggio, attrezzato nel modo più tecnologico per la cattura, è talmente grande che potrebbe ospitare nella sua stiva 13 jumbo jet. “Questo tipo di imbarcazioni cambia le reti ogni 2 o 3 mesi: quelle vecchie vengono gettate in mare. Lascio a voi fare i calcoli”, spiega Heather Koldewey.  
La pesca industriale, e in traslato le reti in poliammide, è responsabile di fenomeni intrecciati tra loro: il depauperamento della risorse ittiche commestibili per l’uomo, il cosiddetto overfishing, la morte per intrappolamento di specie selvatiche - circa 130 mila cetacei ogni anno - e infine l’inquinamento da plastica. E più aumenta la popolazione umana, insiste Koldewey, più cresce la fame di pesce e quindi la produzione di reti in plastica non biodegradabili che consentono di catturarne sempre di più, ma che sono ormai un problema enorme per cui non esistono soluzioni semplici.  
Pulire non basta. Recuperare le reti abbandonate e spostarle negli inceneritori è molto costoso, mentre premere sui produttori di attrezzature da pesca industriale perché adottino comportamenti più responsabili è sicuramente indispensabile, ma non abbastanza impattante. Abbiamo il problema urgente di capire cosa fare della spazzatura che sta già sotto, sui fondali. Il progetto Healthy Seas sta provando qualcosa di più concreto: utilizzare di nuovo ciò che s’è buttato via, introducendo i rifiuti marini in plastica nella logica del “cradle to cradle”. A Lubiana, la Aquafil ha messo a punto un percorso di riciclo altamente tecnologico: le reti in nylon (quelle in poliestere, propilene e polietilene non sono utilizzabili) vengono sottoposte ad una decomposizione idrolitica che isola il caprolattame, un derivato della nafta, e quindi del petrolio, che è l’ingrediente di base del nylon. A quel punto la materia prima viene di nuovo polimeralizzata, cioè trasformata in legami molecolari capaci di comporre una fibra, che viene lavorata, come fosse cotone o lana, fino a trasformarsi in un filo dal diametro più sottile di un capello. Il filato diventerà tessuto per tute da sci, costumi da bagno, calze, indumenti sportivi.
Le reti da cattura utilizzate dall’industria ittica sono solo un aspetto di un problema di dimensioni globali. Si pensa infatti che ogni chilometro quadrato di oceano contenga 30mila pezzi o frammenti di plastica. Koldewey della Zoological Society parla di 45 miliardi di bottiglie di plastica prodotte ogni anno e di 1 milione di sacchetti di plastica al minuto, sacchetti che hanno una vita media di 15 minuti, poi vengono buttati via. Quelli che non sono gettati nei cestini della spazzatura o che non raggiungono i contenitori specifici della raccolta differenziata finiscono nei mari. Semplicemente persi: trasportati dal vento, entrano nella circolazione impalpabile di rifiuti in plastica senza importanza che approda nella massa d’acqua al largo delle coste di ogni continente: 8 milioni di oggetti di varia natura, ogni singolo giorno. Questa plastica anonima forma le “isole” di rifiuti. La più famosa è la gigantesca chiatta galleggiante dell’Oceano Pacifico, ma questo tipo di inquinamento non ha passaporto o preferenze geografiche. Ricerche sempre più capillari e approfondite hanno ormai permesso di individuarne di simili anche in contesto europeo. La più consistente misura 200 chilometri quadrati e pare si trovi davanti alla Danimarca.  
Queste reti sono un esempio eloquente del legame perverso tra incremento demografico, pressione sugli ecosistemi per trarne risorse alimentari, spregiudicatezza nel prelievo e scomparsa della wildlife. “Si calcola che per ogni chilo di plancton ne esistano 6 di frammenti sintetici non biodegradabili - spiega Koldewey - e che per ogni chilometro quadrato di oceano ci siano 30mila pezzi di plastica”. La plastica non scompare. Sottoposta all’azione meccanica delle correnti, all’abrasione di urti accidentali, bombardata dalla radiazione ultravioletta del sole e ossidata dall’ossigeno in atmosfera, si rompe in pezzi sempre più piccoli e infine microscopici. Secondo Francois Galgani, biologo francese tra i più esperti dell’IFREMER francese e Advisor del network internazionale Plastic Oceans, il problema più grave sono proprio questi “battelli invisibili”: “I frammenti di plastica traghettano batteri e vibrioni, patogeni potenzialmente pericolosi per gli ecosistemi. Sono in grado di spostare specie non autoctone dal Giappone al Canada affidandosi alle correnti oceaniche. Stiamo quindi parlando di un inquinamento micro-organico da specie invasive”. Ma la plastica è un materiale troppo recente per avere dati abbastanza vasti da comporre una idea precisa delle conseguenze che la sua ingestione ha sulle catene trofiche e sulla capacità riproduttiva delle specie marine, anche se i primi riscontri non sono incoraggianti.  
Al largo di Piran, in Slovenia, la famiglia Fonda, biologi da tre generazioni, ha avviato un allevamento intensivo di branzini con criteri di eco-compatibilità. I pesci vengono nutriti a mano sei volte al giorno con mangimi privi di additivi chimici, e possono crescere secondo il ritmo naturale. Gli avannotti impiegano più di un anno a raggiungere le dimensioni adulte e nessuna delle reti che ha fatto loro da nursery finisce abbandonata sui fondali sloveni. Per i Fonda la conservazione delle specie commestibili è inscindibile da una presa di posizione sull’inquinamento da plastica. Ancora una volta, mentre il sole tramonta sulla baia di Piran, si ha la sensazione che la questione alimentare su un Pianeta abitato da 7 miliardi di persone sia solo l’altra faccia di un problema più vasto della civiltà umana: permettere ad altre specie di sopravvivere.  

Direttore Resp. Villa Maurizio
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