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La plastica che uccide il mare

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La plastica che uccide il mare
Ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica sostano indisturbati nei fondali degli oceani. L’accumulo ha creato una nuova nicchia ecologica che gli scienziati chiamano “plastisfera”

La biodiversità chiede giustizia: le nostre acque, tra trentacinque anni, potrebbero contenere più plastica che pesci. L’allarme è stato lanciato da uno studio intitolato The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics , realizzato dal World Economic Forum in collaborazione con la fondazione Ellen MacArthur. Secondo i dati riferiti durante l’ultimo Forum Economico Mondiale a Davos, in Svizzera, ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica sostano indisturbate nei fondali degli oceani. L’accumulo ha creato una nuova nicchia ecologica che gli scienziati chiamano “plastisfera”.
Dal 1964 a oggi, la produzione di plastica nel mondo è aumentata di ben venti volte. Entro il 2050 quadruplicherà. Gli oceani contengono oltre 165 milioni di tonnellate di plastica. Se entro il 2025 non verranno attuate strategie efficaci contro l’inquinamento marino, gli oceani conterranno 1,1 tonnellate di plastica ogni tre tonnellate di pesce fino ad arrivare al sorpasso della plastica sui pesci. Ogni anno, si legge nello studio , almeno otto milioni di tonnellate finisce in mare, praticamente è come se un camion sversasse un carico di immondizia al minuto nell’oceano. Se non si interviene, entro il 2030 questa enorme quantità di rifiuti raddoppierà (due camion al minuto) fino a raggiungere, nel 2050, ben quattro carichi di immondizia sversati nei mari da altrettanti tir, ogni minuto.  
Circa il 60% di questo materiale proviene da cinque nazioni asiatiche: Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam. Lo ha rivelato una ricerca condotta dall’organizzazione ambientale Ocean Conservancy in collaborazione con McKinsey. I rischi per l’ecosistema mondiale (e per l’uomo) sono enormi: i pezzi di plastica ingeriti dai pesci influiscono sul loro sistema endocrino e immunitario, risalendo così la catena alimentare fino ad arrivare nelle nostre tavole e nel nostro organismo.  
La nostra penisola ha dei punti inquinati ogni 54 chilometri di costa e su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% contiene un elevato tasso di batteri. L’88% di queste aree è in corrispondenza di foci dei fiumi, fossi, fiumi, canali o scarichi presenti lungo la costa. È il bilancio di Goletta Verde , il report di Legambiente sullo stato dei nostri mari. Tutte le regioni costiere hanno inoltre almeno una zona particolarmente inquinata, ma in alcune la situazione è particolarmente rilevante: almeno cinque punti campionati risultano inquinati ormai da anni (Marche, Liguria, Lazio, Campania e Calabria).  
“Purtroppo i risultati deludenti in prossimità di foci, fossi e canali non ci sorprendono - commenta Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - dal momento che il problema riguarda non solo le aree costiere ma interessa gran parte del territorio nazionale. Nonostante siano passati 11 anni dalle scadenze previste dalla direttiva europea sulla depurazione, l’Italia, infatti, è ancora in fortissimo ritardo. Circa il 25% della popolazione non è coperta da un adeguato servizio di depurazione e un terzo degli agglomerati urbani a livello nazionale è coinvolto da provvedimenti della Commissione europea. Sul nostro Paese pesano già due condanne e una terza procedura d’infrazione. Oltre i costi ambientali, ci sono inoltre quelli economici a carico della collettività: a partire dal 2016, il nostro Paese dovrà pagare 480 milioni di euro all’anno, fino al completamento degli interventi di adeguamento”. Secondo Legambiente, il 30% è costituito da packaging, di cui il 26% da imballaggi e involucri alimentari e il 4% da packaging non alimentare. Il 71% del packaging alimentare è rappresentato da imballaggi usa e getta di plastica. Al secondo posto troviamo i rifiuti da mancata depurazione, quasi 5000, e al terzo i rifiuti derivanti dal fumo. Più di 2000 i rifiuti legati al settore pesca (in particolare reti e «calze» da mitili) con il 6% e con il 3% troviamo la categoria degli inerti e materiali da costruzione abbandonati in loco.
Possiamo frenare questo vortice distruttivo per la nostra biodiversità con azioni quotidiane e mirate. Innanzitutto bisogna far attenzione allo smaltimento dei rifiuti.La maggior parte della spazzatura presente nei fondali proviene dai nostri tombini. La plastica dovrebbe essere sostituita, quando è possibile, con materiali biodegradabili, come borse in stoffa o di carta. Bisogna limitare l’uso di prodotti usa e getta: dai piatti e bicchieri di plastica, tutto ciò che piò essere riutilizzato fa bene all’ambiente. Se capita di vedere delle discariche abusive deve essere nostra premura segnalarle alle autorità competenti. Un occhio attento al presente può preservare il futuro.  


Direttore Resp. Villa Maurizio
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